Cosa ci fa un bibliotecario in un coworking?

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Innanzitutto, che mestiere è quello del bibliotecario? Secondo poi, che mestiere è OGGI quello del bibliotecario? E infine: Cosa ci fa UN BIBLIOTECARIO IN UN COWORKING?

Andiamo con ordine. Lo storico d’arte e bibliotecario francese Michel Melot nel saggio “La Saggezza del bibliotecario” (2005) definisce il bibliotecario come “l’organizzatore dell’universo” facendo poi una serie di associazioni tra l’architettura e la biblioteca e definendo lo stesso bibliotecario un architetto. Per noi l’analogia non è difficile da afferrare, lavorando in uno spazio, il loft di Warehouse Coworking Factory, dove può capitare di fatto che un architetto o un designer siedano gomito a gomito, anche con un bibliotecario: come gli edifici e gli spazi architettonici, anche gli spazi dell’ informazione attraverso i quali si muove il bibliotecario possiedono un architettura, multidimensionale, proprio per la molteplicità di attività in cui oggi più che mai si esplica il suo lavoro: raccolta di informazioni, riorganizzazione, recupero, conservazione e trasmissione di conoscenza.

Una questione anche di spazi dunque. E se il bibliotecario di cent’anni fa – e forse anche quello di oggi, specie nell’ immaginario di molti-  era espressione di una conoscenza che prevedeva luoghi separati e specifici, cattedrali silenziose della cultura, retti da regole proprie più o meno oscure, il nostro bibliotecario Tommaso Paiano, Presidente dell’Associazione Biblioteche Italiane Marche, uscendo dalle mura della biblioteca porta dentro il coworking un modo nuovo di porsi, produrre e mettere a disposizione la conoscenza, consapevole della necessità di ripensare, in una società sempre più basata sull’informazione, spazi e modi del sapere.

“Sogno una biblioteca dove si possa gridare!” ci ha detto entrando nel nostro coworking.  Una provocazione lanciata a se stesso e a tutti noi, una sfida, quella di reinventarsi, pur senza mettere in discussione né il suo mestiere , né tanto meno il ruolo delle biblioteche… forse sì il ruolo della conoscenza.  Ma parliamone direttamente con lui.

Tommi , il mestiere di bibliotecario nel 21° secolo, deve evolvere in nuovi ruoli, può essere svolto in contesti diversi, anche nella modalità freelance?

Nell’economia della conoscenza sono vitali la creatività, il pensiero interdisciplinare, il problem solving e la capacità di collaborare con gli altri, tutte competenze che non possono essere apprese facilmente dai libri ma piuttosto attraverso l’apprendimento collaborativo, attraverso la pratica e l’interazione sociale. L’orizzonte del bibliotecario d’altronde è sempre stato il cambiamento quindi non teme di mettersi in discussione. A chiederti di cambiare sono gli utenti, le tecnologie e, tocca dirlo, le sciagurate politiche culturali in Italia che perseguono il contrario di quello che andrebbe fatto, lasciandoci con la consapevolezza che c’è un sacco di lavoro culturale da fare su cui quasi nessuno vuole investire. Il bibliotecario è un mestiere che acquista il suo senso se svolto con autonomia decisionale e indipendenza nell’esecuzione. Il fatto di avere storicamente un solo datore di lavoro (lo Stato) è perché l’Amministrazione Pubblica è proprietaria di quasi tutte le biblioteche. Oggi però, a configurarsi come una “biblioteca” secondo me è tutta la società e quindi tutti gli spazi urbani con i loro collegamenti. Le biblioteche fisiche non sono più l’unico depositario dell’informazione che di fatto viene prodotta e circola im-mediatamente casa per casa, negli uffici, nelle aziende, nei quartieri, nei centri commerciali. Il “bibliotecario senza frontiere” ha davanti una prateria; forse vale la pena scommetterci.

Oggi si dice che siamo ricchi di informazioni , ma poveri di conoscenza. Qual è il tuo punto di vista?

Siamo circondati, assediati, sopraffatti dalla trasmissione di dati. Ci sforziamo di selezionarli e organizzarli in informazione per poter comunicare e creare connessioni semantiche, cioè relazioni sensate,  quindi conoscenza, che alla fine del ciclo dovrebbe renderci tutti saggi, consapevoli, creativi, esperti. Ecco la mia risposta è che siamo ricchi di dati e piuttosto poveri in tutto il resto.Si tratta allora di decidere se accettare o no la sfida della complessità.

Diccelo tu, cosa ci fa un bibliotecario in un coworking?

Devo dire subito che accettando di rispondere a questa domanda ho un po’ la sensazione di cacciarmi nei guai, poiché si tratta di una ricerca ancora agli inizi e quindi non posso farmi forte di risultati e buone pratiche consolidate in Italia. Forse posso tentare di rendervi partecipi degli stessi interrogativi che mi sto ponendo in questo periodo sperando quindi di suscitare almeno la vostra curiosità..

Cosa fanno le biblioteche e i bibliotecari? Molto sinteticamente, le biblioteche sono dei luoghi dove circolano informazione e conoscenza e dove i bibliotecari favoriscono l’apprendimento (literacy). Le biblioteche possono muoversi in una doppia direzione: da una parte svolgono un lavoro di cura radicandosi negli apparati del welfare pubblico (insieme agli assistenti sociali, alle scuole, agli insegnanti, i medici, le badanti…), da un’altra parte possono fornire un supporto alla comunità operosa (pensate alle circolazione delle informazioni e delle conoscenze nelle aziende, nei centri e negli istituti di ricerca, negli studi professionali, nel tessuto produttivo insomma).

Ora, proviamo a immaginare come fanno esperienza di apprendimento sociale tra di loro le persone. In biblioteca le relazioni che ogni giorno si stabiliscono tra gli utenti sono a bassa intensità, cioè gli utenti vengono molto spesso per stare per conto loro, condividono magari lo stesso spazio, ma possono restare quasi indifferenti l’uno all’altro, ognuno vive nella sua bolla, e quindi la scoperta di interessi comuni è lasciata un po’ al caso o all’incontro organizzato dai bibliotecari intorno a documenti, poltrone, divani, iniziative.

Spostiamo invece l’attenzione su uno studio fotografico oppure su uno studio associato di architetti, di ingegneri, un’azienda informatica, un’azienda di grafica, un’azienda biologica o una qualsiasi azienda manifatturiera. Ecco in questi ambienti la relazione tra le persone è ad alta, forse altissima intensità, e quindi né la circolazione dell’informazione, né il lavoro di ognuno possono essere lasciati al caso, infatti il successo di queste attività risiede proprio in un uso adeguato delle conoscenze e in un efficace organizzazione del lavoro.

I bibliotecari fino ad oggi si sono impegnati moltissimo nel lavoro di cura, orientato a favorire un apprendimento sociale a bassa intensità, cioè hanno lavorato dentro le biblioteche organizzandole in maniera tale da favorire l’accesso e la più ampia circolazione di persone, da 0 a 99 anni, mettendole a contatto, senza discriminazioni, con la letteratura, la musica, l’arte, i saperi disciplinari e formali delle università. Per contro, hanno lavorato molto meno a contatto con il tessuto produttivo fatto di aziende, studi professionali, imprenditori, lavoratori dotati di grandi saperi pratici, contestuali, territoriali; eppure mai come oggi questi soggetti hanno bisogno di informazione ponderata, hanno bisogno di aggiornamento continuo (lifelong learning), hanno bisogno di ri-mediare i loro saperi contestuali con i saperi formali della scuola e dell’università.

La responsabilità della distanza tra biblioteche e mondo produttivo non è tutta dei bibliotecari ovviamente anche perché le statistiche ci dicono che il professionista X (non voglio generalizzare!) una volta laureato e magari inserito nel mondo del lavoro, la prima cosa che fa è quella di smettere di studiare, leggere, documentarsi.

Nel frattempo stanno avvenendo delle cose nuove che tendono ad avvicinare questi mondi apparentemente separati: soprattutto sotto la spinta delle nuove tecnologie e di una generale riorganizzazione del mondo del lavoro sta emergendo un nuovo stile lavorativo, il coworking appunto, che comporta la condivisione tra più persone di un ambiente di lavoro, mantenendo però un’attività indipendente, freelance, un lavoro autonomo. Architetti, copywriter, editori, grafici, programmatori, psicologi, esperti di marketing, ecc ecc invece di lavorare da casa, o in  isolamento si radunano in degli spazi per condividere lavori, valori, saperi tecnici, saperi formali, rimescolando quindi le due caratteristiche che avevamo visto prima: cioè mettono insieme, nello stesso spazio, la casualità dell’incontro e dell’apprendimento a bassa intensità tipico delle biblioteche, con la sinergia e la condivisione tipiche delle attività lavorative ad alta intensità collaborativa.

Il coworking diventa quindi un gruppo di persone e uno spazio che somiglia, se vogliamo, a una biblioteca vivente dove oltre ad organizzare informazione, documenti, libri, file, data base, c’è bisogno anche di organizzare, coordinaare conoscenze, competenze e abilità di persone in carne ed ossa. Allora le possibilità sono due, e questo è  l’obiettivo della ricerca sociale che mi piacerebbe avviare sul coworking:

1. Dimostrare che le biblioteche, i servizi pubblici possono cominciare ad allestire spazi e a fornire personale in grado di ospitare il coworking nelle proprie strutture, massimizzando i risultati delle relazioni a bassa e ad alta intensità (ciò già avviene all’estero…)

2. dimostrare che i bibliotecari possono uscire dalle biblioteche e andare a lavorare nei coworking come specialisti dell’informazione, come coworking manager, come coordinatori di conoscenza, come human-hub, silos viventi di conoscenza, utili dentro e fuori il coworking.    

La tua massima? Quella di oggi è : non si finisce mai di imparare Warehouse in una parola (o più!): Nel 2002 quando iniziai a lavorare nell’informatica si era agli albori del web 2.0 e sognavo di trasferirmi a Santa Maria di Leuca, dove sarei stato tutto l’anno al caldo in solitudine con una connessione Internet che mi avrebbe garantito un reddito. A distanza di 10 anni la mia visione, grazie alle biblioteche è cambiata e all’isolamento preferisco la vita relazionale: per questo le Marche sono in questo momento il luogo ideale dove operare poiché offrono un’alta qualità della vita, insieme a opportunità di lavoro collaborativo nelle biblioteche e da oggi anche in questo coworking. Dunque: Warehouse coworking ad alta tensione. Tommy siamo molto felici di averti  tra di noi: il tuo entusiasmo è contagioso! Laura Sgreccia – Warehouse Coworking Manager[:en]P1014949 Innanzitutto, che mestiere è quello del bibliotecario? Secondo poi, che mestiere è OGGI quello del bibliotecario? E infine: Cosa ci fa UN BIBLIOTECARIO IN UN COWORKING?

Andiamo con ordine. Lo storico d’arte e bibliotecario francese Michel Melot nel saggio “La Saggezza del bibliotecario” (2005) definisce il bibliotecario come “l’organizzatore dell’universo” facendo poi una serie di associazioni tra l’architettura e la biblioteca e definendo lo stesso bibliotecario un architetto. Per noi l’analogia non è difficile da afferrare, lavorando in uno spazio, il loft di Warehouse Coworking Factory, dove può capitare di fatto che un architetto o un designer siedano gomito a gomito, anche con un bibliotecario: come gli edifici e gli spazi architettonici, anche gli spazi dell’ informazione attraverso i quali si muove il bibliotecario possiedono un architettura, multidimensionale, proprio per la molteplicità di attività in cui oggi più che mai si esplica il suo lavoro: raccolta di informazioni, riorganizzazione, recupero, conservazione e trasmissione di conoscenza.

Una questione anche di spazi dunque. E se il bibliotecario di cent’anni fa – e forse anche quello di oggi, specie nell’ immaginario di molti-  era espressione di una conoscenza che prevedeva luoghi separati e specifici, cattedrali silenziose della cultura, retti da regole proprie più o meno oscure, il nostro bibliotecario Tommaso Paiano, Presidente dell’Associazione Biblioteche Italiane Marche, uscendo dalle mura della biblioteca porta dentro il coworking un modo nuovo di porsi, produrre e mettere a disposizione la conoscenza, consapevole della necessità di ripensare, in una società sempre più basata sull’informazione, spazi e modi del sapere.

“Sogno una biblioteca dove si possa gridare!” ci ha detto entrando nel nostro coworking.  Una provocazione lanciata a se stesso e a tutti noi, una sfida, quella di reinventarsi, pur senza mettere in discussione né il suo mestiere , né tanto meno il ruolo delle biblioteche… forse sì il ruolo della conoscenza.  Ma parliamone direttamente con lui.

Tommi , il mestiere di bibliotecario nel 21° secolo, deve evolvere in nuovi ruoli, può essere svolto in contesti diversi, anche nella modalità freelance?

Nell’economia della conoscenza sono vitali la creatività, il pensiero interdisciplinare, il problem solving e la capacità di collaborare con gli altri, tutte competenze che non possono essere apprese facilmente dai libri ma piuttosto attraverso l’apprendimento collaborativo, attraverso la pratica e l’interazione sociale. L’orizzonte del bibliotecario d’altronde è sempre stato il cambiamento quindi non teme di mettersi in discussione. A chiederti di cambiare sono gli utenti, le tecnologie e, tocca dirlo, le sciagurate politiche culturali in Italia che perseguono il contrario di quello che andrebbe fatto, lasciandoci con la consapevolezza che c’è un sacco di lavoro culturale da fare su cui quasi nessuno vuole investire. Il bibliotecario è un mestiere che acquista il suo senso se svolto con autonomia decisionale e indipendenza nell’esecuzione. Il fatto di avere storicamente un solo datore di lavoro (lo Stato) è perché l’Amministrazione Pubblica è proprietaria di quasi tutte le biblioteche. Oggi però, a configurarsi come una “biblioteca” secondo me è tutta la società e quindi tutti gli spazi urbani con i loro collegamenti. Le biblioteche fisiche non sono più l’unico depositario dell’informazione che di fatto viene prodotta e circola im-mediatamente casa per casa, negli uffici, nelle aziende, nei quartieri, nei centri commerciali. Il “bibliotecario senza frontiere” ha davanti una prateria; forse vale la pena scommetterci.

Oggi si dice che siamo ricchi di informazioni , ma poveri di conoscenza. Qual è il tuo punto di vista?

Siamo circondati, assediati, sopraffatti dalla trasmissione di dati. Ci sforziamo di selezionarli e organizzarli in informazione per poter comunicare e creare connessioni semantiche, cioè relazioni sensate,  quindi conoscenza, che alla fine del ciclo dovrebbe renderci tutti saggi, consapevoli, creativi, esperti. Ecco la mia risposta è che siamo ricchi di dati e piuttosto poveri in tutto il resto.Si tratta allora di decidere se accettare o no la sfida della complessità.

Diccelo tu, cosa ci fa un bibliotecario in un coworking?

Devo dire subito che accettando di rispondere a questa domanda ho un po’ la sensazione di cacciarmi nei guai, poiché si tratta di una ricerca ancora agli inizi e quindi non posso farmi forte di risultati e buone pratiche consolidate in Italia. Forse posso tentare di rendervi partecipi degli stessi interrogativi che mi sto ponendo in questo periodo sperando quindi di suscitare almeno la vostra curiosità..

Cosa fanno le biblioteche e i bibliotecari? Molto sinteticamente, le biblioteche sono dei luoghi dove circolano informazione e conoscenza e dove i bibliotecari favoriscono l’apprendimento (literacy). Le biblioteche possono muoversi in una doppia direzione: da una parte svolgono un lavoro di cura radicandosi negli apparati del welfare pubblico (insieme agli assistenti sociali, alle scuole, agli insegnanti, i medici, le badanti…), da un’altra parte possono fornire un supporto alla comunità operosa (pensate alle circolazione delle informazioni e delle conoscenze nelle aziende, nei centri e negli istituti di ricerca, negli studi professionali, nel tessuto produttivo insomma).

Ora, proviamo a immaginare come fanno esperienza di apprendimento sociale tra di loro le persone. In biblioteca le relazioni che ogni giorno si stabiliscono tra gli utenti sono a bassa intensità, cioè gli utenti vengono molto spesso per stare per conto loro, condividono magari lo stesso spazio, ma possono restare quasi indifferenti l’uno all’altro, ognuno vive nella sua bolla, e quindi la scoperta di interessi comuni è lasciata un po’ al caso o all’incontro organizzato dai bibliotecari intorno a documenti, poltrone, divani, iniziative.

Spostiamo invece l’attenzione su uno studio fotografico oppure su uno studio associato di architetti, di ingegneri, un’azienda informatica, un’azienda di grafica, un’azienda biologica o una qualsiasi azienda manifatturiera. Ecco in questi ambienti la relazione tra le persone è ad alta, forse altissima intensità, e quindi né la circolazione dell’informazione, né il lavoro di ognuno possono essere lasciati al caso, infatti il successo di queste attività risiede proprio in un uso adeguato delle conoscenze e in un efficace organizzazione del lavoro.

I bibliotecari fino ad oggi si sono impegnati moltissimo nel lavoro di cura, orientato a favorire un apprendimento sociale a bassa intensità, cioè hanno lavorato dentro le biblioteche organizzandole in maniera tale da favorire l’accesso e la più ampia circolazione di persone, da 0 a 99 anni, mettendole a contatto, senza discriminazioni, con la letteratura, la musica, l’arte, i saperi disciplinari e formali delle università. Per contro, hanno lavorato molto meno a contatto con il tessuto produttivo fatto di aziende, studi professionali, imprenditori, lavoratori dotati di grandi saperi pratici, contestuali, territoriali; eppure mai come oggi questi soggetti hanno bisogno di informazione ponderata, hanno bisogno di aggiornamento continuo (lifelong learning), hanno bisogno di ri-mediare i loro saperi contestuali con i saperi formali della scuola e dell’università.

La responsabilità della distanza tra biblioteche e mondo produttivo non è tutta dei bibliotecari ovviamente anche perché le statistiche ci dicono che il professionista X (non voglio generalizzare!) una volta laureato e magari inserito nel mondo del lavoro, la prima cosa che fa è quella di smettere di studiare, leggere, documentarsi.

Nel frattempo stanno avvenendo delle cose nuove che tendono ad avvicinare questi mondi apparentemente separati: soprattutto sotto la spinta delle nuove tecnologie e di una generale riorganizzazione del mondo del lavoro sta emergendo un nuovo stile lavorativo, il coworking appunto, che comporta la condivisione tra più persone di un ambiente di lavoro, mantenendo però un’attività indipendente, freelance, un lavoro autonomo. Architetti, copywriter, editori, grafici, programmatori, psicologi, esperti di marketing, ecc ecc invece di lavorare da casa, o in  isolamento si radunano in degli spazi per condividere lavori, valori, saperi tecnici, saperi formali, rimescolando quindi le due caratteristiche che avevamo visto prima: cioè mettono insieme, nello stesso spazio, la casualità dell’incontro e dell’apprendimento a bassa intensità tipico delle biblioteche, con la sinergia e la condivisione tipiche delle attività lavorative ad alta intensità collaborativa.

Il coworking diventa quindi un gruppo di persone e uno spazio che somiglia, se vogliamo, a una biblioteca vivente dove oltre ad organizzare informazione, documenti, libri, file, data base, c’è bisogno anche di organizzare, coordinaare conoscenze, competenze e abilità di persone in carne ed ossa. Allora le possibilità sono due, e questo è  l’obiettivo della ricerca sociale che mi piacerebbe avviare sul coworking:

1. Dimostrare che le biblioteche, i servizi pubblici possono cominciare ad allestire spazi e a fornire personale in grado di ospitare il coworking nelle proprie strutture, massimizzando i risultati delle relazioni a bassa e ad alta intensità (ciò già avviene all’estero…)

2. dimostrare che i bibliotecari possono uscire dalle biblioteche e andare a lavorare nei coworking come specialisti dell’informazione, come coworking manager, come coordinatori di conoscenza, come human-hub, silos viventi di conoscenza, utili dentro e fuori il coworking.    

La tua massima? Quella di oggi è : non si finisce mai di imparare Warehouse in una parola (o più!): Nel 2002 quando iniziai a lavorare nell’informatica si era agli albori del web 2.0 e sognavo di trasferirmi a Santa Maria di Leuca, dove sarei stato tutto l’anno al caldo in solitudine con una connessione Internet che mi avrebbe garantito un reddito. A distanza di 10 anni la mia visione, grazie alle biblioteche è cambiata e all’isolamento preferisco la vita relazionale: per questo le Marche sono in questo momento il luogo ideale dove operare poiché offrono un’alta qualità della vita, insieme a opportunità di lavoro collaborativo nelle biblioteche e da oggi anche in questo coworking. Dunque: Warehouse coworking ad alta tensione. Tommy siamo molto felici di averti  tra di noi: il tuo entusiasmo è contagioso! Laura Sgreccia – Warehouse Coworking Manager[:]